Mondi distanti

Camminare nel centro storico di Firenze ti permette di entrare in contatto con le più diverse etnie e culture internazionali. Tutti i cinque continenti hanno almeno un loro rappresentante in città sotto forma di turista, commerciante o semplice residente. Una quantità smisurata di persone tra le quali risulta spesso difficile persino riconoscere l’amico di una vita o anche solo un familiare. Eppure, tra migliaia di individui, quel giorno ci siamo riconosciuti dai lati opposti della strada così anonimi per gli altri ma rilevanti per noi stessi.
Un’amicizia nata nei due mesi passati a lavorare nei vigneti durante il periodo della vendemmia, due giovani ragazzi con poco in comune ma allo stesso tempo con tanto da condividere. La passione per il calcio ci univa, io tifoso della Fiorentina e tu dell’Arsenal, squadra inglese di cui anch’io ero simpatizzante. Sorrido ancora quando ripenso allo stupore sul tuo volto mentre ti mostravo il portachiavi della tua squadra del cuore che avevo comprato durante un viaggio a Londra. Mi raccontavi di quanto amavi quella città e l’Inghilterra e di quanto ti mancassero gli amici che eri stato costretto ad abbandonare quando eri stato espulso perché clandestino. La Francia non ti aveva riservato un trattamento migliore, volevano rispedirti nel tuo Paese, l’Eritrea, ma non vi era futuro lì e tu sognavi di nuovo Londra, dicevi che ormai era quella la tua casa. Hai chiesto asilo politico in Italia e ti è stato concesso, così hai viaggiato per tutta la penisola in cerca di lavoro per mantenerti fino a raggiungere quella piccola fattoria di periferia dove ci eravamo conosciuti.

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Quel giorno ai piedi dell’entrata del treno diretto verso l’università presi la decisione di fare una passeggiata per il centro. Mai avrei pensato che una scelta così insignificante mi avrebbe portato a incontrarti di nuovo dopo un anno e mezzo che c’eravamo salutati quando eri ripartito da Firenze in cerca di altro lavoro. Mi offristi un caffè ed io non riuscii in nessun modo a farti cambiare idea e così accettai l’offerta, ricordo che fui soltanto capace di dire “la prossima volta offro io” ma ero consapevole che non ci saremmo mai più rivisti. Sono passati ormai cinque anni da quel giorno e anche se resteremo mondi distanti, conserverò per sempre il ricordo del nostro incontro.

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Anime oscure

Una donna con in braccio un bambino sta piangendo, seduta su una sedia di legno in mezzo a una stanza vuota e grigia, solo una debole luce che penetra dalle finestre dona un po’ di pace nell’oscurità. Vedo la mia mano, cerco di raggiungerla, è lì a pochi passi da me, posso quasi percepirne l’odore, ma il movimento è lento, sono stanco e impotente, un attimo che dura un secolo. Finalmente le sfioro i capelli ma all’improvviso le lacrime della donna si trasformano in cera e tutto si scioglie come neve al sole. La casa svanisce di fronte ai miei occhi, l’oceano la sostituisce e ai miei piedi si apre una voragine, nera come la morte, che mi chiama, non riesco a resistere e mi lascio cadere nell’oscurità.

Il calore del fuoco mi risveglia dal buio, una sensazione che ho provato innumerevoli volte mi riporta in un mondo che non comprendo e non conosco. Come mi chiamo? Cosa ci faccio qui? Chi ero prima di essere trasportato dalle correnti in questo universo oscuro e misterioso? Le mie grigie ossa, il mio volto scarnificato, il vortice nero sul mio petto che continua a espandersi, mi sento sempre più un essere vuoto e ogni volta che mi risveglio vicino a una fiamma la mia bramosia di anime è ancora più forte e incontrollabile. Il simbolo della maledizione mi sta corrompendo così come ha fatto con ogni essere vivente di questo luogo, quelle fottute vecchie guardiane del fuoco mi avevano avvertito:

– Morirai e perderai le tue anime più e più volte.

Adesso capisco finalmente il significato del loro messaggio, ho viaggiato tanto e, nonostante non sia riuscito a trovare una risposta a molte domande, ho capito che questa terra necessita di un nuovo sovrano, il ciclo deve ricominciare, la maledizione deve essere alimentata. Ho annientato i quattro guardiani delle fiamme primordiali e ne ho assorbito le potenti anime, ora sono pronto a varcare i cancelli del castello del re e ad affrontare in battaglia la regina oscura. Attraverso una sorta di nebbia magica, uno strano effetto ricorrente in questo mondo, e me la trovo di fronte, nera e imponente, corrotta dalla maledizione, in lei soltanto il ricordo, svanito dietro un essere vuoto, di una bella e giovane donna. È assetata di anime e ne percepisce in me una quantità smisurata, frutto di mille battaglie, anche lei ha perso la sua anima e adesso il suo essere vuoto brama la forza che si cela dentro di me. Mi attacca con il suo potere oscuro senza lasciarmi un attimo di respiro, avvicinarsi sembra impossibile, la maledizione che la circonda mi ucciderebbe. Devo prendere l’iniziativa, lascio cadere il mio scudo, è pesante e devo essere rapido nei movimenti, mi tolgo l’elmo che mi soffoca e ho bisogno di mantenere ampio il mio campo visivo. La battaglia imperversa per minuti che sembrano secoli, è stremata e sta per crollare, anche io sono destabilizzato dalla maledizione, sento la vuotezza crescere nel mio corpo e nella mia mente, mi allontano, ho bisogno di recuperare un po’ di vigore, prendo le mie ultime energie per creare una piromanzia dal palmo della mia mano, una sfera di magma incandescente che scaglio contro il mio bersaglio. La regina cade a terra esanime, il trono ormai mi appartiene, mi siedo e sento che finalmente il mio destino si è compiuto, un destino di cui non sono mai stato realmente padrone.

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Apro gli occhi, ho un forte mal di testa, mi sento molto più umano, mi trovo forse all’interno di un sogno? Uno strano anziano su una sedia a rotelle mi si avvicina e mi dice:

– Finalmente è sveglio cacciatore, la lunga notte della caccia è appena iniziata e la città ti attende. Anche se ignori tutto prima o poi capirai il tuo destino, prima però devi firmare un contratto.

Un ciclo senza fine, una condanna dalla quale non si può fuggire, mi arrendo alla crudeltà del mio destino e mi preparo a combattere ancora una volta per la mia sopravvivenza.

Morte di un soldato

Lungo la sponda del fiume ti ergi nel gelo dell’inverno,
nello specchio d’acqua il tuo volto riflesso.
Pensi a lei da sempre, ma mai come adesso
che hai capito di aver intrapreso la via verso l’inferno.

Ricordi di sogni, progetti, di un passato ormai distante,
non bastano per anestetizzare il dolore.
Come l’eroe multiforme, grazie all’amore
tornerò, le dicesti, solo l’ultima di tante promesse infrante.

Sei stanco e cerchi riposo all’ombra di un albero caduto,
intorno a te solo terra, sangue, plastica e metallo.
Esseri umani fragili come calici di cristallo
giacciono di fronte ai tuoi occhi, unico sopravvissuto.

La nera signora ti si avvicina reclamando l’ultimo dono,
impassibile in volto ti porge il tuo fucile.
Non hai paura e affronti il suo sguardo ostile
prima di premere il grilletto senza chiedere perdono.

Una voragine sul petto, il vuoto che riempie la tua anima
e nessun paradiso dove cercare redenzione.
Hai combattuto per difendere la nazione
per la quale hai dispensato morte prima di caderne vittima.

Aule di pagliacci che cercano soluzioni di pace e unione,
apparecchiano solo un banchetto di avvoltoi.
Mani pulite di anime corrotte creano eroi
ricordati come tali ma morti come assassini di persone.

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Fallire

Siamo soli in auto, io e Jenny, sul piano più alto di un fottutissimo parcheggio della città. Intorno a noi vedo il grigiore dell’acciaio e il giallo dei grattacieli illuminati, sullo sfondo nei pochi spazi di luce tra un edificio e l’altro si erge l’altoforno che ha ucciso indirettamente quasi un milione di esseri umani. La luna cerca di donare al quadro apatico cittadino un minimo di senso artistico e pace nell’anima facendosi strada tra un cielo carico di cenere e l’aria piena di indifferenza. La crisi, o forse è più giusto dire il sistema finanziario, chiuse la fabbrica dove lavoravo come operaio, mia moglie Mary si suicidò dodici anni fa quando mi arrestarono per traffico di metamfetamine, non riuscì a sopravvivere di fronte al peso di crescere un figlio da sola. Un turno di lavoro per i trafficanti di droga rende più che un anno a spezzarti la schiena negli aranceti, ma le conseguenze spesso sono devastanti e io le ho subite. Mio figlio fu affidato a una famiglia benestante, non si è più fatto vivo e probabilmente adesso sta vivendo la vita che si merita, la vita che io non avrei mai potuto dargli. Sono uscito di carcere il mese scorso, ma il vizio è duro a morire e sono rientrato subito nel giro della droga. Ho conosciuto Jenny una sera durante un suo turno di lavoro lungo la Wilson Avenue mentre tornavo dal cimitero, dimora dell’unica donna che abbia mai amato, la sola che poteva salvarmi dal mio destino di autodistruzione. Mi è bastato un suo sguardo, aveva i suoi occhi, lo stesso azzurro intenso come due splendidi zaffiri, non sono riuscito a resistere alla tentazione e adesso ci vediamo quasi tutte le sere.

– La tariffa è sempre la stessa amore, 50 dollari bocca, fica, 100 se vuoi il culo.

Senza dire una parola i 50 si trasferiscono rapidamente dal mio al suo portafoglio, mi tolgo i jeans mentre lei ha già finito di spogliarsi, è tutto dannatamente veloce, lo capisco e lo accetto.

– Sei pronto per la migliore che tu abbia mai avuto? – mi chiede mentre si tira indietro i capelli prima di chinarsi su di me.

Faccio un cenno di assenso con la testa e lei come ogni maledetta sera fa quello che sa fare meglio, quello per cui è pagata. Una sensazione di piacere pervade il mio corpo ma non la mia mente, capisco che non è questo quello che mi serve, quello di cui ho bisogno l’ho perso anni fa perché non era mai abbastanza e non posso recuperarlo. Osservo il cielo attraverso il finestrino e mi perdo nei ricordi di una vita felice che fu e nelle bugie che mi racconto su una vita perfetta che sarebbe potuta essere insieme a Mary. Nel mio sogno a occhi aperti cavalchiamo i 345 cavalli di una Cadillac Eldorado rosso fuoco percorrendo le distese desolate delle valli in Arizona, la luce nei suoi occhi non ha niente da invidiare ai raggi del sole, il suo volto è la rappresentazione fisica della felicità. Ridiamo e cantiamo per tutto il viaggio, nessuna preoccupazione, nessuna casa dove tornare, nessuna necessità di un lavoro per sopravvivere, solo io, lei e l’universo sconfinato e libero come il nostro amore. Il sogno finisce quando un riflesso meccanico e biologico riempie il preservativo che soffoca l’organo di riproduzione. Jenny, soddisfatta per aver terminato il lavoro e ovviamente non per il rapporto sessuale, mi porge dei fazzoletti prima di cominciare a rivestirsi.

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– Piaciuto? – domanda mentre accavalla le gambe accendendosi una sigaretta.

– Fantastico. Come ogni sera. – mento uscendo dall’auto.

Mi dirigo verso il bordo del parcheggio, ci salgo sopra e resto in bilico, immobile a osservare a centinaia di metri di distanza il mondo sfrecciare ai miei piedi. Vedo gli esseri umani vivere l’inutile vita di tutti i giorni, vivere una costante corsa verso il traguardo, o per meglio dire verso la morte, un uomo in giacca e cravatta passa davanti a un senzatetto ignorandolo completamente, il successo che non degna di uno sguardo il fallimento. È tutto sbagliato, io sono sbagliato, cosa ci faccio qui? Non appartengo a questo mondo. Sono stanco di vivere, la fine di tutto non mi fa più paura, ho fallito e fallire è peggio di morire, nessuno può dare agli altri quello che gli serve davvero.

– Cosa stai facendo?

– Prendi, ci sono 230 dollari, usali bene, cercati un lavoro decente e smettila di farti, ho visto i segni di puntura sulle tue braccia. – le dico mentre le lancio il mio portafoglio con la consapevolezza che questo gesto non può redimere la mia anima corrotta.

Chiudo gli occhi, ho preso la mia decisione, non voglio più tornare indietro, sento una mano afferrare la mia.

– Sono stanca, non guarirò dalla mia dipendenza, portami con te.

Forse è così che doveva finire fin dall’inizio, non cerco di convincerla a non seguirmi ma stringo più forte la sua mano e insieme compiamo l’ultima camminata della nostra vita, la marcia nel vuoto, l’avanzata verso l’inferno.

La donna

Totale oscurità nella sua stanza, le finestre completamente serrate e la porta chiusa a chiave, polvere alta un centimetro, mobili rovesciati a terra come se un orso rabbioso avesse distrutto tutto nel tentativo di trovare una via d’uscita e odore nauseante di chiuso, un misto tra sudore e vomito. Lui è lì, seduto solo con il suo violino, uno Stradivari, sulla spalla, nudo sulla poltrona di velluto posizionata perfettamente al centro della stanza, una siringa ipodermica sul pavimento dimostra che ancora una volta la dipendenza ha avuto la meglio sulla sua forza di volontà. Le braccia costellate da innumerevoli punture, il viso e il busto ricoperti di lividi ed escoriazioni, l’occhio destro a malapena visibile, aveva deciso di incassare durante l’ultimo incontro di boxe, il dolore, come la droga, lo manteneva vivo nei momenti di inutilità sociale. La melodia che scaturisce dallo strumento musicale è soave e poetica, lenta e allo stesso tempo triste, malinconica e nostalgica, ma soprattutto inedita, l’arte dell’improvvisazione ha sempre fatto parte delle sue enormi capacità e non delude mai. La mancanza di luce non incide sulla notevole qualità della musica che produce, le note si perdono nell’aria andando a formare un’immagine nitida e reale, il volto di lei, “la” donna, come era solito definirla lui.

Considerava il genere femminile inutile e insulso, per lui non era altro che una fastidiosa distrazione nella vita di un uomo, ripudiava l’amore, così come tutte le altre emozioni, in quanto contrastavano la fredda logica e la razionalità che lo caratterizzavano in tutte le sue attività e ne indebolivano la personalità. Eppure da quando ha conosciuto lei un’emozione si è innestata come un virus nella sua mente, non può essere amore, non può esserlo, forse qualcosa di più simile all’ammirazione, una stima smisurata. Nessuno si era mai preso gioco di lui, nessuno lo aveva mai sconfitto in ingegno e intelligenza, nessuno tranne lei, il fatto che fosse una donna rendeva tutto più insopportabile ma allo stesso tempo piacevole.

L’unica “memoria” che ha di lei è una fotografia che la ritrae insieme al re di Boemia, foto che lui aveva ottenuto come pagamento per il lavoro svolto proprio nei confronti del re e che custodiva gelosamente come uno degli oggetti più cari. È lì di fronte a lui, nel disordine totale della stanza, curata e pulita come un’oasi nel deserto, la osserva morbosamente mentre continua a suonare il violino. Dodici ore senza mangiare e bere, rinchiuso al buio, i primi crampi alle dita delle mani, i primi errori nella melodia si riconoscono facilmente. Improvvisamente la musica si ferma, lui appoggia lo strumento sul pavimento accanto alla siringa con delicatezza, chiude gli occhi mentre si lascia scivolare sulla poltrona. Li riapre e vede l’immagine di lei ancora visibile nell’aria circostante e si sente come un flebile sussurro uscire dalla sua bocca che sembra dire:

– Grazie Irene…

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Emozioni

Basket

Ci siamo, varco per l’ennesima volta quel portone di entrata al palazzetto dello sport del mio piccolo paese di provincia. I miei compagni di squadra sono già pronti e si stanno scaldando per la partita più importante del campionato, i playoff sono così vicini ma allo stesso tempo sembrano irraggiungibili. Entro nello spogliatoio, solo, seduto mi fermo un attimo a pensare. Per quale motivo lo faccio? I sogni di gloria e successo li ho abbandonati da anni, l’ultima categoria non paga un euro di conseguenza i soldi non possono esserne la motivazione e allora forse per la passione dello sport? È quello che mi sono sempre detto ma la verità probabilmente è che in realtà per me il basket altro non è che un modo di alienarmi dal quel senso misto di solitudine, noia e malinconia che mi corrode l’anima ogni giorno della mia vita. Alzo lo sguardo e, senza essermene reso conto, lo spogliatoio si è riempito e il coach ha iniziato il discorso prepartita mentre io ancora non ho neanche iniziato a prepararmi. Grinta, determinazione, voglia di vincere, lottare su ogni pallone, è quello che ci ripete tutte le volte e io come sempre mi chiedo quanto realmente possa servire sentirsi dire queste cose prima di una partita, la mia mente rimane impassibile a ogni parola, ci illustra gli ultimi schemi di gioco, i miei occhi fissano la tavoletta mentre li disegna ma il mio pensiero va da lei. Ricordo di quando gli dicevo ti voglio bene ma per me sei solo un’amica, la solita paura di rovinare un rapporto stupendo senza rendermi conto che lo stavo rovinando proprio in quel modo, “non è altro che una tra le tante per me” era invece quello che raccontavo agli amici per mantenere la mia reputazione di ragazzo freddo, apatico e distaccato da ogni sentimento. Il volto sorridente di lei impresso nella mia mente, bellissima come l’immensità del mondo osservato dalla cima di una montagna, il discorso del coach finisce, riuniti urliamo per caricarci e entriamo in campo. Riscaldamento, come sempre sbaglio i movimenti del terzo tempo da destra, “destro, sinistro” mi ripete costantemente l’allenatore, lo ignoro e continuo a pensare a lei, soltanto a lei. La partita inizia, non gioco molto, passo quasi tutto il tempo in panchina, la squadra avversaria ci è nettamente superiore, a metà quarto quarto siamo sotto di 30 punti, il mister mi dice di entrare in campo, adesso che la partita è praticamente persa. Sono nervoso e mi sento inutile, è questo il mio livello, sono queste le mie capacità? Fallisco in qualsiasi cosa faccia, sono mediocre, un debole, un uomo che cerca di fare tutto ma che non è capace di fare niente. Entro in campo e cerco di trascinare la squadra, non voglio mollare, non mi voglio arrendere come faccio sempre, non questa volta, voglio lottare fino all’ultimo. Recupero palloni, segno, cerco di caricare i miei compagni, a 30 secondi dalla fine un mio compagno tira dai 3 punti, mi lancio a canestro, alzo lo sguardo e la vedo in piedi tra il pubblico che mi sta guardando, la palla rimbalza sul secondo ferro e poi scende, salto, salto più in alto di quanto abbia mai saltato in vita mia, afferro la palla in volo e schiaccio con una sola mano, un avversario mi frana addosso e cado battendo violentemente la testa sul parquet. Cerco di rimanere cosciente, guardo il tabellone e siamo ancora sotto di 18 punti, ho fallito ancora una volta, cerco il suo sguardo sugli spalti ma non riesco a trovarla, mi manca, mi manca da morire, era un’amica si ma la migliore e forse anche dentro di me era nato un sentimento più forte dell’amicizia per lei, rivedo il suo sorriso nella mia mente e mi sento bene, felice, vorrei riaverla ancora, finché perdo completamente i sensi.

Ricordi

Firenze, la primavera si avvicina, il sole dirige la sua luce sul mio volto decrepito attraverso la nebbia mattutina, “mangia di più”, “sei sicuro di non essere anoressico?”, è sempre la solita storia sin da quando ero un ragazzino, le ragazze mi ignorano completamente per questo, o forse è colpa dei pochi capelli che mi sono rimasti in testa, ma in realtà la risposta più credibile è che la colpa è soltanto mia. Come ogni giorno mi dirigo verso l’università, le strade del centro sono affollate di turisti; stranieri, stranieri ovunque. Mi avvicino al Duomo, la cupola del Brunelleschi è imponente e bellissima come sempre, molti si perdono in chissà quali pensieri osservandola, macchine fotografiche ovunque, rumore, tanto rumore e io ignoro come ogni giorno la bellezza del monumento tipico della mia città per posare lo sguardo sulle ragazze asiatiche che la visitano, mi fanno impazzire, mi innamoro di ognuna di loro senza una reale motivazione logica. Ho una strana sensazione come se stesse per accadere qualcosa di programmato ma insolito, penso che sia la mia classica paranoia e proseguo il mio tragitto dribblando le persone come Maradona ai mondiali ’86 in Argentina-Inghilterra, mi sento solo in un oceano di esseri umani. Alzo gli occhi verso il cielo e inspiro profondamente, li chiudo per un istante e quando li riapro un silenzio assordante mi circonda e il Duomo non è più l’unica cosa immobile vicino a me. Nessuno si muove e la cosa che più mi terrorizza è che sono l’unico realmente stupito della situazione e apparentemente “vivo” oserei dire. Conosco i flash-mob, sono una moda oggigiorno ma in un centro città è praticamente impossibile che non ci sia una buona parte di individui, ignari dell’evento, che ne restano sorpresi. Non mi sono svegliato questa mattina? È la mia immaginazione? Sto ancora sognando? Probabile, mi dico, praticamente dormo 24 ore su 24 visto che sogno sempre di essere una persona che non sono, pessimista dite voi, realista mi definisco io ma ogni giorno che passo mi convinco che forse avete ragione voi. Mi avvicino a una ragazza, lei è immobile mentre la osservo, riesco a malapena a percepire il suo respiro. Il suo volto, la sua espressione, io ho già visto questa ragazza, più di una volta, ma dove? Non ricordo. Le do una leggera spinta su un braccio, nessun segno di vita, provo con una maggiore pressione e improvvisamente cade a terra come un cadavere, inquietante. Chiudo di nuovo gli occhi e mi perdo nel silenzio, ripenso ai momenti belli della mia infanzia, a quando ero felice e spensierato, alle amicizie, alle persone che ho conosciuto durante le mie esperienze. Un sorriso cresce sul mio volto, un sorriso di pura felicità, mi sento bene come non ero mai stato negli ultimi anni. Riapro gli occhi e vedo la meraviglia di fronte a me, è così magnifico, assaporo la vita che dentro mi scorre impetuosa.

Duomo

– Hai capito adesso.

Qualcuno ha parlato dietro di me, mi giro e vedo lei, ancora lei che si è alzata da terra e mi guarda sorridendo. Adesso mi ricordo di lei, in treno spesso si siede vicino a me e si mette a leggere, non l’avevo mai notata veramente prima di questo momento, ero sempre perso nei miei pensieri con la musica negli orecchi. È bellissima, intorno a me ogni individuo comincia ad applaudire, lei mi prende le mani e dice:

– Non so chi sei e non chiedermi perché, ma dalla prima volta che ti ho visto ho desiderato vedere un sorriso su quella faccia triste.

– È stato bellissimo e ti ringrazio per questo. Ma adesso devo andare, mi dispiace se il massimo che ho potuto offrirti è stato il mio sorriso che sicuramente non ha ripagato il tuo sforzo. – queste parole sono piene di malinconia mentre escono dalla mia bocca.

Le volto le spalle senza dire una parola in più e mentre lo faccio la sento esclamare:

– Quel sorriso vale molto di più. C’è un’altra cosa che vorrei tu facessi per me, potresti invitarmi a cena una sera, anzi pretendo il tuo invito adesso.

Disorientato e confuso mi fermo a pensare a quello che devo fare, a un tratto sento un suono, è una campana, un secondo rintocco, un terzo mentre l’oscurità mi avvolge, cosa sta succedendo? Apro gli occhi di nuovo, sono molto stanco, uno strano sapore sulla lingua, immagino sia dovuto alla solita cattiva digestione, mi sveglio nel mio letto completamente solo. Mi alzo a fatica e non ne capisco la ragione, vedo una foto con una ragazza, è la stessa del sogno, ci sono anche io nella foto sembriamo entrambi così felici. Mi dirigo verso il bagno e lascio scorrere l’acqua per farla riscaldare, mi guardo allo specchio e il terrore si impossessa di me. Sono vecchio, ottanta forse novant’anni, sono sconvolto e comincio a vagare per la casa in preda al panico, deve esserci una spiegazione per quello che sta succedendo. Odore di caffè che proviene dalla cucina, c’è qualcuno, entro e vedo una donna giovane che si prepara la colazione, non la conosco.

– Finalmente si è svegliato! Tardi come al solito eh? Si sieda che ho preparato la colazione, stavo giusto per venire a svegliarla. – dice senza prestarmi attenzione.

– Chi sei e cosa vuoi da me?

– Santo cielo! Ci risiamo. Tre volte in una settimana, ha bisogno di cure signore. Anche oggi pensa di essere il se stesso di sessant’anni fa? Comunque mi ripresento, io sono Maria la persona che si prende cura di lei ormai da quasi un anno. – è molto divertita mentre cerca di spiegarmi la situazione.

– Non ricordo quasi niente. Come sono diventato così? E chi è la ragazza nella foto accanto al mio letto?

– Me lo chiede sempre, possibile che non riesca più a ricordarsi di lei? È sua moglie, lì era molto giovane, l’ha scattata lei la foto il giorno in cui l’ha conosciuta, mi ha raccontato come vi siete incontrati, flash-mob, così li chiamavate voi della vostra generazione, incredibile.

Una lacrima si fa strada sul mio viso mentre comincio a capire, il sogno non era un vero e proprio sogno ma un ricordo impresso nella mia anima così vivido e indelebile. Una domanda mi balena nella testa e allo stesso tempo la consapevolezza di conoscerne la risposta crea dentro di me un dolore insopportabile, ma decido comunque di farla.

– Dov’è lei adesso?